Catégorie : Histoire

  • Pourquoi si peu de réussites discographiques de la Messe en ut mineur K. 427 de Mozart ? Minkowski, après Harnoncourt. Ou Fricsay…

    Á plusieurs reprises déjà,

    j’ai recherché une interprétation discographique vraiment réussie de la Messe en ut mineur K. 427 de Mozart.

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    Pour quelles raisons celle-ci est-elle donc si malaisée à vraiment « attraper« 

    et « rendre » à la perfection

    par ses interprètes ?..

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    Cf par exemple mon article du 19 mai 2020 « « …

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    Hier, 2 octobre, sur son site Discophilia,

    et sous le titre « Baroque« ,

    Jean-Charles Hoffelé a donné un compte-rendu

    de l’interprétation que vient de donner de cette mozartienne Messe en ut mineur K. 427

    Marc Minkowski,

    à la tête de ses Musiciens du Louvre,

    pour le label Pentatone _ soit le CD PTC 5186812.

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    Voici cet article :

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    BAROQUE

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    Sombre Kyrie ! Avant qu’Ana Maria Labin n’entonne son Kyrie, Marc Minkowski donne une couleur tragique à la grande Messe en ut, soupesant ses ombres, affirmant un sens du discours qui entend bien immerger l’œuvre dans une esthétique baroque _ voilà le parti pris. Tout ne sera qu’expression _ quasi expressionniste… _, la liturgie de la messe devenant une petite passion _ voilà : au sens de la psychologie de l’affectivité _ où les sentiments s’expriment avec une intensité d’autant plus prenante qu’elle est contenue _ un bel oxymore _, le chef maîtrisant le temps avec un art certain _ et c’est une forme de compliment.

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    Le petit chœur – neuf chanteurs – s’accorde à rejoindre dans des fondus assez inouïs la palette _ volontairement _ obscure des Musiciens du Louvre, l’équilibre se trouvant moins aisément dans les tonnerres du Gloria, mais que la douceur revienne, et comme tout cela prie et émeut _ soit un nouvel oxymore !

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    En majesté, le Credo rayonne, avant que l’émotion de l’Et incarnatus est _ un hapax de climax _ ne vienne vous saisir, ce mystère où Mozart aura écrit l’une de ses plus belles mélodies de soprano _ c’est très juste, en effet, anecdotiquement, mais tout de même un tantinet réducteur quant à la portée de l’œuvre elle-même…

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    L’approche de Marc Minkowski est si singulière _ voilà _ dans ce pan du répertoire mozartien qu’elle pourrait apporter l’éclairage nouveau _ seulement une démarque de marché ? _ que celui-ci attendait _ discographiquement _ depuis le geste de Nikolaus Harnoncourt. En poursuivra-t-il l’exploration ?

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    LE DISQUE DU JOUR

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    Wolfgang Amadeus Mozart(1756-1791)
    Messe en ut mineur, K. 427

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    Ana Maria Labin, soprano I
    Ambroisine Bré, soprano II
    Stanislas de Barbeyrac, ténor
    Norman Patzke, basse
    Les Musiciens du Louvre
    Marc Minkowski, direction

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    Un album du label Pentatone PTC5186812
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    Photo à la une : le chef Marc Minkowski – Photo : © DR

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    Ce samedi 3 octobre 2020, Titus Curiosus – Francis Lippa

  • Sur les « Sept dernières paroles du Christ en Croix », un dialogue entre Riccardo Muti et Massimo Cacciari

    Ce matin du vendredi 2 octobre,

    je découvre, dans Il Corriere della Sera d’hier, un article d’Aldo Cazzullo intitulé 

    « Riccardo Muti e Massimo Cacciari : Ascoltare l’umanita di Gesu« .

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    Riccardo Muti e Massimo Cacciari Ascoltare l’umanità di Gesù

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    Il direttore d’orchestra e il filosofo discutono a partire dalle opere di Masaccio e di Franz Joseph Haydn in «Le sette parole di Cristo» (il Mulino) in uscita il 3 ottobre

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    di ALDO CAZZULLO
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    Riccardo Muti e Massimo Cacciari Ascoltare l'umanità di Gesù
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    Masaccio, «Crocifissione» (1426), Museo nazionale di Capodimonte, Napoli
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    «Molti direttori d’orchestra non conoscono il latino, non l’hanno studiato — parlo dei direttori d’orchestra che eseguono il Requiem di Verdi : la prima parole che il coro pronuncia è “Requiem”. I direttori leggono l’indicazione dinamica scritta in partitura : “pianissimo”, “sottovoce”, e si soffermano sulla parola “Requiem”. Ma la frase intera è “Requiem aeternam dona eis Domine”. “Requiem” è accusativo ed è retto dal verbo “dona” che è il motore della frase, quindi deve essere sì eseguito pianissimo, ma esprimendo un senso di disperata richiesta. Non è una frase passiva, espressione di una situazione di quiete. Talvolta viene eseguito senza vita, soffermandosi solo sulla prima parola, mentre invece occorre porre l’attenzione sul verbo. Pensiamo a un errore analogo nella Traviata di Verdi, quando il tenore intona la celebre aria Dei miei bollenti spiriti, dimenticando di accentuare il seguito…».

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    Ecco cosa succede a mettere insieme due teste come Riccardo Muti, il più importante direttore d’orchestra al mondo, e Massimo Cacciari, filosofo dal multiforme ingegno. Ne esce un libriccino intitolato Le sette parole di Cristo (133 pagine, che il Mulino sta per pubblicare) la cui lettura è un puro piacere intellettuale, che spazia tra musica, teologia, fede, pittura.

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    «Le sette parole di Cristo» esce il 3 ottobre dal Mulino (pagine 134, euro 12)
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    «Le sette parole di Cristo» esce il 3 ottobre dal Mulino (pagine 134, euro 12)

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    L’incipit viene appunto da un dipinto, che Muti e Cacciari ammirano insieme a Capodimonte : la Crocifissione di Masaccio, una delle opere che aprono la grande stagione rinascimentale. Il Cristo morente ha appena pronunciato la settima delle sue ultime frasi, affidando l’anima al Padre. Agli autori tornano in mente Le sette ultime parole del nostro Redentore in croce, le sette sonate composte da Haydn probabilmente nel 1786 per la cerimonia del Venerdì Santo celebrata nella cattedrale di Cadice, che Muti diresse — e Cacciari ascoltò — al Festival di Ravenna. Sono quindi Masaccio e Haydn a ispirare il dialogo, che finisce per dare suono, voce, musica al dipinto e per dare forma, prospettiva e colore alla partitura.

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    Il filosofo ancora ricorda le parole con cui il direttore d’orchestra invitò il pubblico ravennate all’ascolto : «Vi ritroverete ciascuno con la propria vita, i propri dolori, le proprie paure, le proprie speranze, tutti uniti in Cristo; l’umanità di Cristo è l’umanità di voi che ascoltate».

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    Riccardo Muti
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    Riccardo Muti

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    «Pater, dimitte illis quia nesciunt quid faciunt» ; Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. La parola-chiave, fa notare Muti, è la prima, «pater», evocata dai violini, con un tono contemplativo e malinconico in cui Cacciari coglie, oltre alla richiesta di perdono, il disincanto sulla natura di «quelli», di noi esseri umani.

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    «Hodie mecum eris in paradiso», in verità ti dico : oggi sarai con me in paradiso. L’oggi, fa notare Cacciari, è l’oggi perfetto : un «Hodie» eterno, che indica quello che sta per accadere nel giro di poche ore e nello stesso tempo dà la misura dell’eternità. «E infatti — risponde Muti — le note sono : “do-mi-re-si-do”, Haydn parte dal do e torna al do, e poi “sol-do-si-la-sol”, si parte dal sol e torna al sol — quindi si formano come due cerchi», appunto il simbolo dell’infinito : «Idea consapevole oppure mistero del genio ?».

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    Massimo Cacciari
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    Massimo Cacciari

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    «Mulier, ecce filius tuus» ; Donna, ecco tuo figlio. Qui la parola-chiave è «ecce». La sonata ha inizio con due corni. Una scelta ardita, che gli autori leggono alla luce del grido muto del Cristo di Masaccio e del pianto non solo della Madonna e di San Giovanni ma anche e soprattutto della Maddalena, che nell’opera di Capodimonte rappresenta idealmente l’umanità.

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    «Deus meus, Deus meus, ut quid derelequisti me ?»; Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Per restituire la frase più drammatica, la musica deve esprimere un senso di trascinamento ; il suono a un tratto si ferma, «come fossero singhiozzi».

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    «Sitio», ho sete. Quasi un impulso per sopravvivere ; dopo aver pensato ai carnefici, al buon ladrone, alla madre, a Dio, Gesù si rende conto che sta morendo, e la sua natura umana lotta per resistere. «Qui comincia il tema sostenuto da una serie di pizzicati — annota Muti —, che sono come delle gocce d’acqua, gocce d’acqua e di sangue» ; che a Cacciari ricordano le «lacrime di sangue» del Rigoletto.

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    «Consummatum est»; tutto è compiuto. Una frase che gli autori leggono in parallelo a quella — «tempo più non v’è» — con cui il commendatore trascina via il don Giovanni di Mozart.

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    «In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum» ; Padre, nelle tue mani affido il mio Spirito. E qui gli autori si inoltrano in una discussione (che coinvolgerà gli evangelisti, i Wiener Philharmoniker, il Duomo di Milano, una sinfonia di Bruckner, e poi Cherubini, Brahms, Beethoven, la decapitazione di Luigi XVI, il carnevale di Molfetta…); ma rivelarla è contraria allo spirito delle recensioni ; che non devono raccontare i libri, semmai indurre a leggerli (almeno i non molti che vale la pena di leggere ; tra i quali c’è sicuramente questo).

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    Il volume

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    Esce sabato 3 ottobre il volume Le sette parole di Cristo, un dialogo tra Riccardo Muti e Massimo Cacciari. Il libro, edito dal Mulino (pagine 133, euro 12) fa parte della collana Icone : gli autori discutono a partire dalla Crocifissione di Masaccio e dalle Sette ultime parole del nostro Redentore in croce, composizione di Franz Joseph Haydn

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    Voilà qui est intéressant.

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    Cf ce que je disais de cette œuvre éminemment singulière _ composée pour la Hermandad de la Santa Cueva de Cadix, en 1785 _ de Joseph Haydn

    que sont ces sublimes « Sept dernières paroles de notre Sauveur sur la Croix« ,

    en un article à propos des recueils de « dernières paroles« , le 12 novembre 2008 :

     

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    Dont voici, tel quel, l’extrait significatif :

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    « Les Sept dernières Paroles de Notre Sauveur sur la Croix » : l’œuvre musicale de Joseph Haydn pour à la chapelle de la Santa Cueva de Cadix
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    Les « dernières paroles » du Christ (en croix) _ j’y reviens _, telles, aussi, que Joseph Haydn les a mises en musique pour l’office (avec un rituel spécifique et original) du vendredi-saint de la « Hermandad de Santa Cueva » à Cadix, à la demande, en 1785, de José Saenz de Santa Maria, marquis de Valde-Inigo, et chanoine de cette église _ le marquis venait de perdre son père, à la mémoire duquel c’était là, aussi, pour lui, une façon de rendre hommage avec grandeur. L’œuvre de musique de Joseph Haydn _ en allemand « Die sieben letzten Worte unseres Erlösers am Kreuze » _, composée tout spécialement pour cette « Confrérie de la Sainte Grotte » à Cadix, en Andalousie, était à l’origine seulement instrumentale. L’évêque qui célébrait cet office consacré à la méditation du sacrifice rédempteur du Christ, prononçait en effet du haut de la chaire chacune des paroles du Sauveur sur la croix, assortie d’un commentaire, que venait ensuite prolonger une paraphrase musicale (développée à raison d’une dizaine de minutes pour chacune), afin de « soutenir » la « méditation » orante des fidèles sur ce legs, tout uniment divin et humain, du Rédempteur. En forme de rotonde, le temple tout tendu de noir de la crypte se voyait plongé _ la célébration commençait à la demi-journée _ dans le recueillement de l’obscurité _ celle-là même de la Crucifixion de Jésus, en dépit du plein-jour extérieur : rappelant le rituel de « Ténèbres », à matines, lui, où les treize cierges demeurés allumés sur l’autel étaient successivement éteints, jusqu’à ce que le dernier (représentant le Christ), soit _ sans être éteint, lui _ seulement ôté de la vue des fidèles, déposé derrière l’autel (pour réapparaître en gloire le dimanche de Pâques _ les autres cierges, représentant, eux, les apôtres) ; le jour venant lentement bientôt dissiper la ténèbre.
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    le rituel des « Sept dernières paroles du Christ » à la chapelle de Cadix
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    Les parois, les (rares) ouvertures et jusqu’aux colonnes de la chapelle de cette crypte, étaient en effet entièrement tendues de voile noir ; seul un lustre-chandelier, suspendu au centre de la rotonde (constituant la chapelle), proportionnait son éclairage tremblé, mouvant, à l’obscurité de la cérémonie rappelant le ciel d’encre (de tempête) de Jérusalem au moment de la mort de Jésus. A midi même, les portes du temple étaient ainsi fermées, et commençait la musique. Après ce prélude du concert d’instruments, l’évêque, monté solennellement en chaire, y proclamait la première des sept paroles, assortie d’un commentaire de sa signification pour la foi. Puis, redescendu de la chaire, le célébrant s’agenouillait devant l’autel. Et c’est à ce moment de recueillement de l’assemblée des fidèles, que la symphonie revenait prolonger et nimber de son halo harmonique (= par une sonate, paraphraser mélodiquement) la parole commentée. Et ainsi, pour chacune des sept paroles, l’évêque montant en chaire, en redescendant, et l’orchestre déployant à chaque reprise ses phrases musicales pour accompagner la méditation des mots du Christ. Joseph Haydn (1732 – 1809) appliqua pour sa composition ce schéma du rituel de la Confrérie ; et compléta les sept développements musicaux (sept fois adagio) par une introduction et un final, le terremoto ou tremblement de terre, afin de figurer celui qui marqua, zébrant des éclairs de la tempête éclatant alors, le passage à l’éternité du Christ. C’est sous cette forme instrumentale orchestrale (pour 2 flûtes traversières, 2 hautbois, 2 bassons, 4 cors, 2 trompettes, timbales, violons, altos, violoncelles et contrebasse) qu’ainsi l’œuvre fut donnée à la Santa Cueva de Cadix, le vendredi-saint 6 avril 1787, en début d’après-midi, donc. Avant de devenir bientôt aussi, suite à son retentissant succès par toute la catholicité, un oratorio ; les « Paroles du Christ » n’étant, cette fois, plus prononcées (non plus que commentées) par le célébrant, mais chantées par un chœur. En 1792, en effet, Joseph Friebert (1724 – 1799), chanoine et directeur musical de la cathédrale de Passau sur le Danube, en avait réalisé une version chantée pour chœur (sur un texte en allemand qu’il avait commandé au poète berlinois Karl Wilhelm Ramler _ 1725 – 1798 _ membre de l’Académie royale, ainsi que directeur du Théâtre royal de Prusse, à Berlin) ; laquelle version d’oratorio fut donnée à la cathédrale de Passau le vendredi-saint. En découvrant un peu plus tard cette « adaptation » (bavaroise) pour chœur de son œuvre orchestrale (gaditaine), Joseph Haydn se mit à remanier, avec l’amicale participation du baron Gottfried van Swieten (1733 – 1803), la partition chorale de Friebert, tout en conservant le texte de Ramler pour les paraphrases de commentaire des « sept Paroles » du Rédempteur. Cette nouvelle et dernière version des « Sept dernières Paroles de Notre Sauveur sur la croix« , sous forme d’oratorio, donc, fut publiée par Breitkopf & Hartel à Vienne, sous l’autorité du compositeur, en 1801.

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    Ce vendredi 2 octobre 2020, Titus Curiosus – Francis Lippa

  • La splendeur des nuances de blanc de l’Acropole mise en valeur par un nouvel éclairage nocturne

    Un intéressant article du Figaro,

    intitulé « Athènes offre un nouvel éclairage à son Acropole, phare de la civilisation« ,

    met le focus sur une splendide mise en valeur, par l’éclairage nocturne, des superbes nuances de blanc de l’Acropole,

    lieu éminemment magique.

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    Athènes offre un nouvel éclairage à son Acropole, phare de la civilisation

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    Le nouveau dispositif doit souligner les nuances de blanc des marbres qui composent les monuments et redonner du relief _ on peut parfaitement en juger sur la photo _ à l’ensemble.

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    Par AFP agence et Le Figaro
    Publié il y a 6 heures
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    Le ministère de la Culture souligne que cet investissement est d'autant plus important et symbolique que le site archéologique a vu fondre sa fréquentation touristique.
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    Le ministère de la Culture souligne que cet investissement est d’autant plus important et symbolique que le site archéologique a vu fondre sa fréquentation touristique. Gavrill Papadiotis/Fondation Onassis

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    L’Acropole d’Athènes dispose d’une nouvelle «illumination à trois dimensions» visant à «revaloriser l’image du Rocher sacré», site antique emblématique dans le centre historique de la capitale, selon le ministère de la Culture. «En pleine pandémie, il est très important qu’Athènes offre à ses habitants et visiteurs, mais aussi à travers la planète, une image améliorée du Rocher Sacré», a indiqué la ministre Lina Mendoni dans un communiqué.

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    L’ancien éclairage conçu par un Français

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    Visitée par des millions de touristes chaque année, l’Acropole d’Athènes, où domine le temple du Parthénon (Ve siècle avant notre ère), a subi une réduction importante du nombre de ses visiteurs cette année, une des répercussions de l’épidémie de Covid-19. Le nouvel éclairage est signé par la designeuse Eleftheria Deko, qui avait conçu l’illumination des cérémonies d’ouverture et de clôture des jeux Olympiques d’Athènes en 2004.

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    Si les cariatides originales de l'Érechthéion ont été transférées au musée dans les années 1970, leurs copies placées sur le site disposeront d'un éclairage digne de leur légende.
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    Si les cariatides originales de l’Érechthéion ont été transférées au musée dans les années 1970, leurs copies placées sur le site disposeront d’un éclairage digne de leur légende. Gavrill Papadiotis/Fondation Onassis

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    Le nouveau spectacle _ de son et lumières _ «va offrir les nuances du blanc sur les parties extérieures et intérieures des monuments du site et montrer leur surface en relief, leur profondeur et leur plasticité», explique Eleftheria Deko, citée dans le communiqué ministériel. Outre le temple de Parthénon, dédié à Athéna, déesse de l’Antiquité, de nombreux monuments antiques qui se trouvent sur l’Acropole d’Athènes et autour du site, seront illuminés chacun à leur façon pour «refléter leur volume et leur géométrie», selon le ministère.

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    Le nouvel éclairage remplacera celui conçu par l’artiste français Pierre Bideau il y a seize ans à l’occasion des jeux d’Athènes. «Il ne se limite pas à l’aspect esthétique, mais améliore les infrastructures existantes et modernise l’installation électrique» du monument, relève le ministère.

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    L’inauguration du projet a eu lieu mercredi à 20 heures, heure locale, en présence du premier ministre Kyriakos Mitsotakis et de la présidente de la République Katerina Sakellaropoulou. L’événement a été diffusé sur le site du ministère et sur le site de la Fondation Onassis,qui parraine le projet.

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    Voilà qui n’est pas sans m’évoquer le Cantique des colonnes, de Paul Valéry :

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    CANTIQUE DES COLONNES

    À Léon-Paul Fargue.

    Douces colonnes, aux
    Chapeaux garnis de jour,
    Ornés de vrais oiseaux
    Qui marchent sur le tour,

    Douces colonnes, ô
    L’orchestre de fuseaux !
    Chacun immole son
    Silence à l’unisson.

    — Que portez-vous si haut,
    Égales radieuses ?
    — Au désir sans défaut
    Nos grâces studieuses !

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    Nous chantons à la fois
    Que nous portons les cieux !
    Ô seule et sage voix
    Qui chantes pour les yeux !

    Vois quels hymnes candides !
    Quelle sonorité
    Nos éléments limpides
    Tirent de la clarté !

    Si froides et dorées
    Nous fûmes de nos lits
    Par le ciseau tirées,
    Pour devenir ces lys !

    De nos lits de cristal
    Nous fûmes éveillées,
    Des griffes de métal
    Nous ont appareillées.

    Pour affronter la lune,
    La lune et le soleil,
    On nous polit chacune
    Comme ongle de l’orteil !

    …

    Servantes sans genoux,
    Sourires sans figures,
    La belle devant nous
    Se sent les jambes pures.

    Pieusement pareilles,
    Le nez sous le bandeau
    Et nos riches oreilles
    Sourdes au blanc fardeau,

    Un temple sur les yeux
    Noirs pour l’éternité,
    Nous allons sans les dieux
    À la divinité !

    Nos antiques jeunesses,
    Chair mate et belles ombres,
    Sont fières des finesses
    Qui naissent par les nombres !

    Filles des nombres d’or,
    Fortes des lois du ciel,
    Sur nous tombe et s’endort
    Un dieu couleur de miel.

    …

    Il dort content, le Jour,
    Que chaque jour offrons
    Sur la table d’amour
    Étale sur nos fronts.

    Incorruptibles sœurs,
    Mi-brûlantes, mi-fraîches,
    Nous prîmes pour danseurs
    Brises et feuilles sèches,

    Et les siècles par dix,
    Et les peuples passés,
    C’est un profond jadis,
    Jadis jamais assez !

    Sous nos mêmes amours
    Plus lourdes que le monde
    Nous traversons les jours
    Comme une pierre l’onde !

    Nous marchons dans le temps
    Et nos corps éclatants
    Ont des pas ineffables
    Qui marquent dans les fables…

    …

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    Ce jeudi 1er octobre 2020, Titus Curiosus – Francis Lippa

  • Alberto Moravia : 30 ans déjà, le 26 septembre 1990 ; un homme et un auteur d’une magnifique exigence de lucidité et liberté

    Un article du Corriere della Sera _ du samedi 26 septembre dernier _ intitulé Moravia alla 30 anni dalla morte : « Scrittore indispensabile »

    vient me rappeler la disparition, il y a 30 ans déjà, le 26 septembre 1990, du grand Alberto Moravia

    (Rome, 28 novembre 1907 – Rome 26 septembre 1990).

    …

    et vient rafraîchir mes souvenirs tout frais

    _ cf mes articles des 21 août, 22 août , 23 août, 24 août, et 19 septembre derniers :

     

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     ;  ;  ;

    et … _

    de ma lecture, le mois dernier, du passionnant Piccola de Rosita Steenbeek,

    que vient de traduire René de Ceccatty, aux Éditions Vendémiaire ;

    et dans lequel Alberto Moravia (Alberto Pincherle) est très présent dans le récit de souvenirs de la narratrice

    sous le nom d’Edoardo Pincrini.

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    Sans oublier, bien sûr, l’indispensable biographie d’Alberto Moravia, par René de Ceccatty,

    parue aux Éditions Flammarion en 1990.

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    Voici cet article d’anniversaire-hommage, sous la plume d’Ida Bozzi :

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    Moravia a 30 anni dalla morte: «Scrittore indispensabile»

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    Nuovi titoli e un’eredità attuale dell’autore che visse l’Italia e la seppe interpretare _ voilà qui est magnifiquement bien vu. Antonio Debenedetti : era la cultura. Giorgio Montefoschi : giovani, leggete «La ciociara»

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    Moravia a 30 anni dalla morte: «Scrittore indispensabile»
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    Alberto Moravia (1907-1990) nella spiaggia di Sabaudia
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    Sono passati trent’anni, oggi _ samedi 26 septembre _, dalla morte di Alberto Moravia, testimone due volte del cambiamento dell’Italia novecentesca : una volta per averlo attraversato tutto — gli umori e le inquietudini del Paese prebellico, la fuga dopo l’8 settembre 1943 vicino a Fondi con Elsa Morante, le trasformazioni del Dopoguerra, le stagioni luminose o buie della società italiana, fino al 26 settembre 1990, quando Moravia morì — e un’altra volta per avergli dato nuovo corpo _ voilà , en son imageance singulière d’artiste extrêmement lucide ! _ in romanzi e racconti.

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     Nelle immagini: i titoli di Alberto Moravia, editi da Bompiani per il trentennale: «Racconti 1927-1951» (pp. 520, euro 18)
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    Nelle immagini : i titoli di Alberto Moravia, editi da Bompiani per il trentennale : «Racconti 1927-1951» (pp. 520, euro 18)

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    In questi anni, anche per l’avvicinarsi del trentennale, sono tornate in libreria per Bompiani molte opere dello scrittore : quest’anno I racconti (1927-1954), il quinto volume delle Opere e la raccolta di scritti L’America degli estremi, che offre lo sguardo del Moravia «inviato» e poi scrittore sulla società d’Oltreoceano. Ma qual è oggi l’attualità e la forza dell’autore di Agostino, de Gli indifferenti, de Il conformista, in un Paese che non è più lo stesso del secolo scorso e in un momento storico in cui ogni equilibrio geopolitico (ma anche ogni equilibrio interiore, e Moravia fu pure un grande indagatore dell’interiorità) è mutato rispetto al Novecento ? Che cosa può incontrare, oggi, un giovane che legga le opere di Moravia (e quali) ?

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    «L’America degli estremi» (in libreria dal 7 ottobre, pp. 528, euro 22)
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    «L’America degli estremi» (in libreria dal 7 ottobre, pp. 528, euro 22)

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    «Se Roma è stata negli anni dopo la Seconda guerra mondiale — inizia lo scrittore Antonio Debenedetti — una capitale culturale mondiale come Londra e Parigi, si deve a Moravia e al suo modo anche fisico di esserci, di essere presente. Era presente quando si parlava di cinema, di arte, anche di musica». Debenedetti ricorda quella presenza, lo rivede nelle case romane, in cui «si entrava — racconta — e c’era Gadda vicino alla porta, Ungaretti in una stanzina più in là, e poi Moravia : ci si sentiva in mezzo agli dèi»; e rammenta l’edizione del premio Strega del 1952, «che aveva due grandi concorrenti quell’anno : Moravia e Gadda. Hanno votato Moravia, perché per tutti loro lui era, in quel momento, la cultura italiana».

     «Opere/5» (pp. 1650, euro 50). Bompiani sta preparando una serie di iniziative sull’autore in collaborazione con il Fondo Moravia
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    «Opere/5» (pp. 1650, euro 50). Bompiani sta preparando una serie di iniziative sull’autore in collaborazione con il Fondo Moravia

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    «Moravia è indispensabile — continua Debenedetti — per capire la Roma del Dopoguerra : lui è riuscito a scrivere nei suoi racconti il mutamento dei volti, delle facce delle ragazze romane, dalla Liberazione a quando, pochi anni dopo, le vedevi passare sul sedile della Vespa con i capelli al vento».
    Proprio i Racconti romani (1954) restano secondo Debenedetti un testo insostituibile anche per i giovani del post-pandemia, e ne spiega il motivo : «I ragazzi di oggi, che sono impegnati ad esempio nella battaglia di questi giorni per andare a scuola, stanno comprendendo tutto quello che hanno fatto le generazioni precedenti. Si sentono impegnati contro il virus, che è come un esercito d’occupazione, che avanza con il passo dei soldati : questa generazione vuol sentirsi degna di questa battaglia, dicono : “Noi combattiamo il virus”. Questo è importantissimo : e Moravia, il Moravia dei Racconti romani, ha dato il senso di una società che muta e che deve lottare per mutare».

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    Sull’attualità dell’opera moraviana, lo scrittore Giorgio Montefoschi risponde, sulle prime, con una battuta : «Siamo quasi tutti non attuali, in questo momento, quindi anche Moravia…». Poi continua : «Guardandomi intorno, vedo che la letteratura di oggi è molto “commissariata”. Cioè, è attuale se nel tuo romanzo hai un commissario di pubblica sicurezza. Quindi dico : Moravia è un grande scrittore. Punto».

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    E per quanto riguarda il romanzo che i giovani di oggi dovrebbero leggere, Montefoschi non ha dubbi, indica in primo luogo un’intera stagione della produzione moraviana (dall’esordio nel 1929 fino al 1960) e poi si ferma con sicurezza su un titolo : «Oltre a Gli indifferenti, e a tutte le altre opere di Moravia fino a La noia, io consiglio in particolar modo la lettura de La ciociara, romanzo bellissimo cui deve molto La Storia di Elsa Morante. Perché devono leggerlo ? Perché qui i giovani possono trovare un grande racconto della guerra, la storia di questa madre e di sua figlia, trovano un’epoca che non è tanto lontana dalla nostra, e soprattutto trovano un bel romanzo. Non trovano, invece, il commissario…».

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    Un riche et très intéressant article,

    qui marque bien l’importance, aujourd’hui, pour les Italiens et en Italie,

    de l’œuvre _ tant d’essais (et d’articles) que de romans _ qu’a laissée Alberto Pincherle,

    ou plutôt l’auteur qu’est devenu, par son travail inlassable d’imageance lucide, Alberto Moravia.

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    On aimerait bien que les médias français de 2020

    offrent aux Français d’aujourd’hui, et en France,

    des articles de cette lucidité-là ;

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    à destination, aussi, des lecteurs de journaux aujourd’hui,

    et tout particulièrement ceux des jeunes générations : apprendre à vraiment mieux comprendre le présent, comme le passé _ pour mieux construire l’avenir _, est tellement capital

    pour notre liberté !

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    Ce mercredi 30 septembre 2020, Titus Curiosus – Francis Lippa